Una banca chiede informazioni sulle performance ESG per valutare un finanziamento. Un cliente importante chiede di compilare un questionario sulla sostenibilità della supply chain. Oppure arriva una comunicazione che anticipa un possibile obbligo di bilancio di sostenibilità per le imprese di medie dimensioni per via di una nuova la normativa europea.
Per molti responsabili amministrativi e imprenditori italiani, la risposta a queste situazioni è una combinazione di incertezza e disorientamento: non è chiaro se l'obbligo si applichi alla propria azienda, cosa vada effettivamente rendicontare, quali siano i costi e da dove iniziare.
Questo articolo offre una guida pratica: spiega cos'è il bilancio di sostenibilità, chi è tenuto a redigerlo, quali sono i contenuti essenziali e come orientarsi senza sovrastimare la complessità del processo.
Il bilancio di sostenibilità (detto anche report di sostenibilità o rapporto di sostenibilità) è il documento con cui un'organizzazione comunica in modo trasparente le proprie performance in ambito ambientale, sociale e di governance (ESG: Environmental, Social, Governance). Descrive:
l'impatto delle attività aziendali sull'ambiente e sulla società;
le politiche adottate per gestire i rischi ESG;
i risultati ottenuti e gli obiettivi futuri.
Non sostituisce il bilancio finanziario, ma lo integra con informazioni di carattere non finanziario sempre più rilevanti per banche, investitori, clienti e partner commerciali. A differenza del bilancio sociale, che si concentra prevalentemente sulla dimensione sociale e sul rapporto con le comunità locali, il bilancio di sostenibilità ha una portata più ampia, coprendo tutte e tre le dimensioni ESG in modo integrato.
La rendicontazione di sostenibilità può essere volontaria o obbligatoria, a seconda delle dimensioni dell'azienda e della normativa applicabile.
Il quadro normativo europeo e italiano ha subito importanti modifiche tra il 2024 e il 2025. È quindi fondamentale distinguere tra:
Aziende già soggette all’obbligo
Aziende che lo saranno nei prossimi anni
Aziende non obbligate ma coinvolte indirettamente
La direttiva CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive, Direttiva UE 2022/2464) è stata recepita in Italia con il D.Lgs. 125/2024, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 10 settembre 2024. Questo decreto ha sostituito la precedente disciplina sulla dichiarazione non finanziaria (D.Lgs. 254/2016 e NFRD). Successivamente, con la Legge 118/2025 (agosto 2025), l'Italia ha recepito la direttiva "stop the clock" (Direttiva UE 2025/794), rinviando di due anni le scadenze previste per la wave 2 e wave 3.
Il quadro resta comunque in evoluzione. Secondo alcune interpretazioni di settore della direttiva (UE) 2026/470, la soglia per l’obbligo di rendicontazione di sostenibilità sarebbe stata innalzata a oltre 1.000 dipendenti e 450 milioni di euro di fatturato, ma è opportuno verificare il recepimento nazionale e l’applicazione concreta nel proprio caso.
Il quadro aggiornato al momento della pubblicazione di questo articolo è il seguente:
Chi è già soggetto all'obbligo. Le grandi imprese che costituiscono enti di interesse pubblico con oltre 500 dipendenti (banche, assicurazioni, società quotate maggiori) erano già tenute alla rendicontazione sotto la NFRD e hanno pubblicato il primo report CSRD nel 2025, riferito all'esercizio 2024. Per questo gruppo non si applicano rinvii.
Chi sarà soggetto all'obbligo dal 2027-2028. Le altre grandi imprese (wave 2) sono attualmente tenute ad applicare la CSRD dal 1° gennaio 2027 (pubblicazione nel 2028), le PMI quotate (wave 3) dal 1° gennaio 2028 (pubblicazione nel 2029). Tuttavia, con l’eventuale recepimento di Omnibus I, molte di queste imprese potrebbero uscire dal perimetro se non superano i 1.000 dipendenti. Il monitoraggio dell'evoluzione normativa resta quindi essenziale.
Chi è indirettamente coinvolto. Le PMI non quotate e le microimprese non sono soggette all'obbligo diretto. Tuttavia, le grandi aziende obbligate dalla CSRD devono raccogliere informazioni ESG lungo l’intera catena di fornitura. Molte PMI italiane riceveranno richieste di dati da clienti, banche e partner anche senza obbligo formale. La CSRD prevede esplicitamente che le grandi imprese possano richiedere ai fornitori PMI solo le informazioni previste dagli standard volontari VSME, limitando l'onere a cascata.
Al di là degli obblighi normativi, la rendicontazione di sostenibilità risponde a una pressione crescente da parte degli interlocutori aziendali. Secondo il Global Sustainability Reporting Survey 2025 di PwC, più del 70% degli investitori ritiene che le aziende in cui investono debbano integrare la sostenibilità direttamente nella propria strategia di business. Non si tratta di una tendenza marginale: riguarda il modo in cui le organizzazioni accedono ai capitali, selezionano i fornitori e gestiscono i rischi.
I vantaggi del bilancio di sostenibilità per le aziende italiane sono concreti e misurabili in almeno tre aree.
Accesso al credito e agli investimenti. Le banche e gli istituti finanziari integrano sempre più i criteri ESG nelle valutazioni del rischio di credito. Un'azienda in grado di documentare le proprie performance di sostenibilità ambientale e di responsabilità sociale accede a condizioni più favorevoli sui finanziamenti ordinari e sui fondi legati alla transizione energetica.
Requisiti della supply chain. Le grandi aziende soggette alla direttiva CSRD richiedono ai propri fornitori informazioni ESG come parte del processo di qualificazione. Chi non è in grado di rispondere a questi requisiti rischia di essere escluso da gare e contratti significativi.
Gestione dei rischi. La rendicontazione di sostenibilità non è solo comunicazione esterna. Il processo di raccolta e analisi dei dati ESG consente alle aziende di identificare vulnerabilità operative, rischi legati al cambiamento climatico e criticità nella gestione delle risorse umane prima che diventino problemi concreti.
La percezione comune è che il bilancio di sostenibilità sia un adempimento riservato alle grandi organizzazioni con team dedicati e risorse significative. In realtà, l'approccio può essere modulato in base alle dimensioni e alle risorse disponibili.
Il punto di partenza è l'analisi di materialità, ovvero il processo attraverso cui l'azienda identifica quali temi ESG sono effettivamente rilevanti per la propria attività aziendale e per i propri interlocutori. Non tutte le tematiche vanno approfondite con lo stesso livello di dettaglio: un'impresa manifatturiera darà priorità alle emissioni di CO2 e alla gestione delle materie prime; un'azienda di servizi si concentrerà sulle risorse umane e sulla governance.
La nuova direttiva CSRD introduce il principio della doppia materialità, che amplia la prospettiva della rendicontazione. Le aziende devono rendicontare non solo come la propria attività impatta la sostenibilità ambientale e sociale, ma anche come i rischi ESG influenzano le proprie performance economiche. Questo approccio rende il bilancio di sostenibilità più completo e rilevante per gli investitori.
Una volta identificati i temi materiali, si raccolgono i dati, si definiscono gli obiettivi di sviluppo sostenibile e si struttura il documento seguendo uno degli standard di rendicontazione riconosciuti.
Il contenuto di un bilancio di sostenibilità può variare in base allo standard adottato e al settore di riferimento, ma si struttura sempre attorno alle tre dimensioni ESG: ambientale, sociale e di governance.
Dimensione ambientale (Environmental). Raccoglie le informazioni sull'impatto ambientale dell’azienda: emissioni di CO2 e riduzione delle emissioni, consumi energetici, utilizzo delle risorse idriche, gestione dei rifiuti. Per le aziende soggette alla CSRD, questa sezione deve essere redatta secondo gli standard ESRS (European Sustainability Reporting Standards), elaborati dall'EFRAG per conto della Commissione europea.
Dimensione sociale (Social). Riguarda il modo in cui l’azienda gestisce le persone e le relazioni lungo la propria catena del valore. Include la gestione delle risorse umane, le condizioni di lavoro, la sicurezza sul luogo di lavoro, il rispetto dei diritti umani nella supply chain e il rapporto con le comunità locali.
Dimensione di governance (Governance). Si concentra sulla struttura di governo aziendale e sui meccanismi di controllo. Include la gestione dei rischi, le politiche anticorruzione e la trasparenza nella rendicontazione non finanziaria.
Gli standard di rendicontazione più diffusi sono il GRI (Global Reporting Initiative) e gli standard europei ESRS. Il GRI è uno standard internazionale adottato volontariamente da migliaia di organizzazioni nel mondo ed è compatibile con gli ESRS. Le aziende soggette alla CSRD devono obbligatoriamente adottare gli ESRS; le altre possono scegliere il GRI o altri standard internazionali in base alle proprie esigenze.
Il costo non è fisso e dipende principalmente da tre variabili: la complessità dell’azienda, il livello di strutturazione dei dati già disponibili e il grado di supporto esterno necessario.
Impegno interno. La raccolta dei dati ESG richiede il coinvolgimento di più funzioni aziendali, tra cui amministrazione, risorse umane, produzione, acquisti e logistica. Per un'azienda alla prima rendicontazione, questo processo richiede in genere da uno a tre mesi di lavoro distribuito tra i referenti interni.
Supporto esterno. I costi di consulenza variano in base alla complessità e allo standard adottato. Per una PMI alla prima esperienza, l'approccio più efficace è iniziare con strumenti semplificati come il modello VSME (Voluntary Sustainability Reporting Standard for SMEs), sviluppato appositamente per le aziende non soggette all'obbligo diretto.
Tempi. Per la redazione del primo bilancio di sostenibilità, è realistico prevedere un arco temporale compreso tra tre a sei mesi dall'avvio del progetto alla pubblicazione. La raccolta e la verifica dei dati sono la fase più impegnativa. Nelle edizioni successive, i tempi si riducono significativamente se i processi di raccolta sono stati strutturati correttamente.
Uno degli aspetti spesso sottovalutati della rendicontazione ESG è il ruolo degli acquisti. Per molte aziende, infatti, la supply chain rappresenta la voce più rilevante dell'impatto ambientale e sociale complessivo: i prodotti acquistati, i fornitori selezionati e le modalità di approvvigionamento incidono direttamente sui parametri da rendicontare nelle sezioni E e S del bilancio di sostenibilità.
In concreto, i dati di acquisto contribuiscono alla rendicontazione in almeno tre ambiti chiave.
Tracciabilità dei fornitori: sapere da chi si acquista, con quali certificazioni e in quali condizioni di lavoro è un requisito esplicito degli standard ESRS per le sezioni sulla catena del valore.
Spesa per categoria: i dati aggregati sugli acquisti di energia, materiali e servizi sono fondamentali per il calcolo delle emissioni di scope 3.
Selezione responsabile: documentare criteri ESG nella qualificazione dei fornitori è un elemento valutato nei processi di audit e nei questionari bancari.
Centralizzare gli acquisti consente di aggregare questi dati in modo sistematico, evitando di doverli ricostruire a posteriori da fonti frammentate. Una gestione strutturata della visibilità della supply chain e dei fornitori trasforma le informazioni operative in contributi diretti alla rendicontazione.
Amazon Business mette a disposizione strumenti di analisi della spesa che permettono di monitorare gli acquisti per categoria e fornitore, identificare i fornitori con certificazioni di sostenibilità e generare reportistica utile per la rendicontazione ESG. Il collegamento tra gestione degli ordini e reportistica ESG è uno degli ambiti in cui la digitalizzazione del procurement produce benefici immediati.
Per le organizzazioni che vogliono costruire una supply chain più resiliente e rendicontabile, il primo passo è aumentare la visibilità su ciò che si acquista e da chi, lungo l'intero processo source-to-pay.
Verificare se l'obbligo si applica. Controllare le soglie dimensionali del D.Lgs. 125/2024, come aggiornato dalla Legge 118/2025, e monitorare l’evoluzione normativa.
Valutare la pressione indiretta. Anche in assenza di obbligo diretto, verificare se clienti, banche o partner richiedono già informazioni ESG.
Avviare l'analisi di materialità. Identificare i temi ESG più rilevanti per il proprio settore e interlocutori.
Mappare i dati disponibili. Verificare quali informazioni ESG sono già presenti in azienda: consumi energetici, dati HR, spesa per fornitori, emissioni di CO2.
Scegliere lo standard di rendicontazione. Per chi non è soggetto alla CSRD, il GRI o il modello VSME sono punti di partenza pratici.
Strutturare la raccolta dati. Designare i referenti interni per ciascuna dimensione ESG e definire le modalità di raccolta e verifica delle informazioni.
Redigere e pubblicare il documento. Strutturare il bilancio di sostenibilità in modo chiaro, orientato agli interlocutori principali.
Pianificare il miglioramento continuo. Utilizzare il primo bilancio come base di partenza, definendo obiettivi realistici e migliorando qualità e completezza dei dati nel tempo.
Le microimprese sono esplicitamente escluse dal perimetro della CSRD e, allo stato attuale, le PMI non quotate non sono soggette a obblighi diretti. Inoltre, la Legge 118/2025 ha ulteriormente posticipato le scadenze per le grandi imprese non già rientranti nella precedente normativa NFRD.
Questo, però, non significa che il tema possa essere rimandato indefinitamente. Le aziende che iniziano a raccogliere dati ESG in anticipo si trovano in una posizione di vantaggio quando i requisiti diventeranno formalmente applicabili. Allo stesso tempo, la pressione indiretta da parte della supply chain e dal sistema bancario non attende le scadenze normative.
In questa fase, la scelta più giusta non è necessariamente redigere un bilancio di sostenibilità completo, ma iniziare a strutturare i processi di raccolta dati e a comprendere quali informazioni ESG sono già richieste dai propri interlocutori. Un approccio graduale e proporzionato è più efficace di un progetto ambizioso che non viene mai avviato.
Uno schema decisionale semplice può aiutare a capire come muoversi in base alla propria situazione aziendale.
Obbligo diretto: sei una grande impresa che supera le soglie dimensionali previste dalla normativa? È il momento di agire. Le scadenze sono definite e la raccolta dei dati richiede tempo, coordinamento tra funzioni e una struttura già operativa.
Pressione indiretta: non sei soggetto all'obbligo ma ricevi richieste ESG da clienti o banche? Prepara una risposta strutturata. Un’autovalutazione basata sugli standard GRI o sul modello VSME può essere sufficiente per rispondere in modo credibile e coerente.
Fase iniziale: sei una PMI non quotata senza pressioni immediate? Puoi iniziare in modo graduale: mappa i temi ESG più rilevanti per il tuo settore, avvia la raccolta dei dati essenziali su energia e risorse umane e monitora l’evoluzione normativa per anticipare eventuali obblighi futuri.
Il bilancio di sostenibilità non è solo un adempimento normativo. Per le aziende che lo affrontano con metodo, diventa uno strumento utile per leggere meglio i propri processi interni, rafforzare la credibilità verso il mercato e individuare opportunità di miglioramento operativo.
Una rendicontazione ben costruita contribuisce a rafforzare la reputazione presso stakeholder, istituti finanziari e partner commerciali, facilitando l’accesso al credito e l’inserimento in supply chain dove i requisiti ESG sono già un elemento discriminante. Non richiede necessariamente strutture complesse, ma piuttosto un approccio chiaro: definizione delle priorità, dati affidabili e un percorso di miglioramento progressivo nel tempo.
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